Macrofotografia close up artistica made MC
SPRING EQUINOX
Hepatica nobilis (Schreb, 1771) Tecnica Fotografia Michela Chiarizio
Dalla Biologia alla Macro Onirica
Dalla Scienza all’Arte
Dalla Mente al Cuore
Sono un’ appassionata della Vita, così, sono anche diventata una biologa.
Il campo che mi appassiona non ha uno spazio, almeno non solo uno, bensì una motivazione: l’approfondimento.
Fù così che alla scelta della specializzazione, sebbene io abbia un’infarinatura sulla biodiversità e la branca “naturalistica“, scelsi il “livello di complessità” massimo ovvero la biologia cellulare e molecolare (così viene chiamato dagli scienziati l’addentrarsi in livelli meno visibili e quindi tangibili e comprensibili).
La biologia cellulare e molecolare studia l’entità più piccola vivente, ovvero la cellula, tuffandosi ancora più nella - microdimensione - con lo studio delle macromolecole organiche che la compongono, fino alla regina indiscussa custode della vita e di molti suoi segreti: questo è per il me il DNA.
Col tempo però la mia concezione puramente scientifica si è modificata.
In realtà come dico nella mia biografia, l’approccio scientifico è insito in me prima che me lo insegnassero perciò non può spegnersi: quello che ho perso è la credenza cieca nei dogmi scientifici, la maggioranza dei quali non è vecchia ma antica e di conseguenza incompleta.
Diciamo che le variabili che vengono prese in considerazione per definire l’esistenza, mi resi conto nel tempo, sono troppo poche per costruire le equazioni tramite le quali, il pensiero ristretto che regna ancora al nostro tempo, si fregia con presunzione di dare una descrizione del reale. Troppo spesso, soffermandomi su infinitesimali questioni che trattano la vita ( biologia : bìos = “vita“ e logos = parola, studio), mi sono poi imbattuta sulla particolarità di alcuni meccanismi e l’ammissione di colpa che tali meccanismi sono ancora poco chiari e con necessità di ulteriore ricerca che non riceve attenzione e quindi fondi. Parlerò senz’altro di questo, ma siccome si tratta di un altro cassetto bello profondo, lo chiuderei solo per il momento concludendo semplicemente che il mio campo visivo (angolo di campo direbbe un fotografo più’ che un biologo) l’ho allargato personalmente per pura necessità di INNOVAZIONE.
Fotografavo da qualche mese ma avvertii subito il bisogno di specializzarmi in un genere. Captai così l’esigenza di una fotografia che si avvicinasse il più possibile al microscopio.
Io ho un pensiero, non perché oggi contano i fogli di carta, ma perché negli spazi tra le cellule e le macromolecole c’è la mia passione, quindi la mia attenzione più pura e infantile: L’educazione scolastica di base insegna a rimanere completamente ignari delle altre dimensioni e soprattutto a vederle come qualcosa di freddo, statico, non vivo.
Ma, dico sempre, in quella dimensione nel raggio dei micrometri c’è la vita, fà la vita.
Scendiamo ancora un po? Andiamo tra gli spazi atomici…negli spazi subatomici, tra i neutroni e i protoni! Anche nella dimensione dei nanometri c’è la vita. Succedono molte cose, molte storie, migliori e più dense e avvincenti della soap di Beautiful!!
Del resto…sono dimensioni che conteniamo e noi a nostra volta siamo dimensioni più piccole di sistemi più grandi, come non potrebbe esserci la vita laggiù, la sotto?
LA VITA E’ UN ECO?
E’ UN RIVERBERO?
Chiudo quest’altro cassetto prima che affoghiate con me lì dentro. Ero giunta alla fotografia che più si avvicinasse al microscopio. Far emergere la vita che vedevo in questi spazi fù il desiderio, la richiesta, forse inconscia all’inizio. Credo che non sia stata mai così chiara come ora che l’ho messo per iscritto.
Le molecole hanno un ciclo di vita, “si comportano”: hanno “un’individualità”, hanno affinità con alcune e meno con altre, cambiano, perdono pezzi, maturano, si uniscono e acquisiscono nuove capacità. Per raccontare la vita con la fotografia e renderlo uno strumento disponibile a me ogni volta che fossi ispirata, di sicuro dovevo scendere al compromesso.
Il compromesso fù “salire la scala della vita”, salire di livello di complessità e arrivare al livello di organismo intero addolcendo la pillola scegliendo almeno la branca di fotografia che prevedeva l’impressione dei mondi più piccoli: la macrofotografia.
Fù così che lo spazio tra i cromosomi fotografati al microscopio ottico diventò lo spazio tra il fungo e la felce fotografati con l’ottica macro.
MC’S SONG
Cromosomi da Leucociti di Michela Chiarizio, Colorazione col metodo del banding, fotografia da Microscopio ottico su piastra metafasica
MUSHROOM’S SONG
Fungo del sottobosco non identificato
Tecnica fotografica
Michela Chiarizio
Da sogno! E’ un sogno quello spazio, quella specie di vuoto che non è affatto vuoto. Sono incondizionatamente innamorata e imbambolata da ciò che succede lì, osservare quali connessioni e relazioni si instaurano e una volta isolato qualcosa di nuovo scoprire i perché del perchè.
E’ un sogno quella dimensione ed ebbi necessità di uno strumento per ritrarlo. Quando montai il mio primo obiettivo macro (Canon EF 100mm f/2.8) capii di aver ricevuto un regalo inaspettato: Non solo potevo stare vicino al miei amati lepidotteri, osservarli, conoscerli nei comportamenti e particolarità specie-specifici…fare esperienza diretta e ritrarli. Il nuovo era l’Arte: con la fotografia potevo ritrarre il sogno che ho sempre visto.
“Provo stupore per i micromondi. Sono regolati da meccanismi talmente logici e organizzati da diventare misteriosi. C’è magia nell’inconoscibile che rimane anche quando diviene noto: Se la scorgi quando tutto è indefinito, puoi seguirla con l’occhio, come si marcherebbe una proteina con un colorante, e vedere dove si colloca quando il mistero si rivela”
RIVELAZIONE
Polyommatus icarus (Rottemburg, 1775)
Tecnica Fotografica
Stampa Fine-Art su carta Hahnemuhle, Photo Rag Bright White - 100% Cotton 310 gsm
Lo stile onirico:
LA ROTTURA DELLE REGOLE DELLA MACROFOTOGRAFIA CLASSICA
DAL RAPPORTO 1:1 al CLOSE UP AMBIENTATO
L’accezione Onirica della mia macrofotografia proviene dalla mia poetica di cui ho appena parlato.
Ma come la realizzo?
Con la rottura di parecchie regole della “Macrofotografia pura“.
Personalmente, mi è servito molto studiare la tecnica prima di convertirla a mio gusto personale, anche perché torna comunque molto utile in situazioni avverse e in base alle occasioni mantengo accese solo le regole che mi interessano o sostengono.
Essendo i soggetti del genere piccoli se non piccolissimi, uno dei requisiti base richiesti è il rapporto di ingrandimento o riproduzione 1:1: vuol dire che alla minima distanza di messa a fuoco il soggetto deve essere riprodotto sul sensore alle sue dimensioni reali. Esistono poi dei rapporti di riproduzione ancora più estremi ottenibili con lenti aggiuntive come il 2:1, il 3:1 e così via.
La normale conseguenza di questo rapporto di riproduzione 1:1 qual è? Il soggetto occuperà quasi totalmente il frame. Chi ha già letto il mio articolo sul Ritratto Onirico ambientato, per altro figlio della mia Macrofotografia Onirica, sà che questa è una prima regola che trasgredisco proprio per la necessità di ambientare lo scatto in un racconto, in una storia visiva.
Di seguito lascio il link diretto:
ARTICOLO: RITRATTO ONIRICO AMBIENTATO MADE MC
Ecco perché più che rapporti 1:1, nelle mie fotografie realizzo dei “Close-up”, dove il soggetto in primo piano ha un rapporto inferiore di ingrandimento, spesso di 1:2, ovvero con una grandezza pari alla metà delle sua reale.
Il rapporto 1:1 (o maggiori), non solo tagliano fuori tutta l’aria attorno al soggetto, ma portano anche una seconda conseguenza che è l’appiattimento dello sfondo che diventa omogeneo e anonimo a mio gusto (questo è una conseguenza della profondità di campo di cui parlerò dopo), con al massimo lievissimi passaggi di colore. Fine della storia, davvero! Nessun affezionatissimo SFONDO PARLANTE.
SFONDO STUDIATO e MAI OMOGENEO
Lo sfondo è il nido, la cattedrale e il custode di quello che sta succedendo. Senza lo sfondo non c’è il tempo: il prima, il dopo e lo spazio di mezzo dove l’accaduto interviene e dona il suo messaggio.
Sono particolarmente legata allo sfondo. Sia nella macrofotografia artistica close up che nel ritratto onirico ambientato attribuisco la stessa importanza allo sfondo ed è alla pari di quella che dò al soggetto stesso. Lo shooting parte molto prima della fase di scatto e in quel preludio non solo vengono scelti per il soggetto la storia, l’equilibrio cromatico, la grandezza del posatoio per mantenere proporzioni visivamente accettabili e poi gradevoli da chi guarda. Lo sfondo diventa anch’esso soggetto e riceve la stessa cura: dalla scelta della location in base alla storia da raccontare, ai vari appostamenti in lassi temporali diversi per lo studio della caduta della luce in vari angoli interessanti che si sono scoperti.
Lo sfondo dovrà danzare con il soggetto dando il sapore più deciso o più armonico all’umore che decido di imprimere nella storia per questo la composizione cromatica e spaziale totali (intendo ogni centimetro della scena) non hanno nulla a che vedere con il caso, anche quando sembra.
POTREI DEFINIRE IL MIO STILE ONIRICO UN APPARENTE CAOS. EFFETTIVAMENTE LA REALIZZAZIONE DELL’IMMAGINATO (DEI SOGNI) NON HA NULLA A CHE VEDERE CON LA DISORGANIZZAZIONE.
Ho fatto molta fatica a distaccarmi dallo sfondo nella fotografia indoor pittorica,
anche se il sacrificio è stato ampiamente ricompensato da nuove modalità artistiche
che mi dissetano altrettanto e in maniera del tutto peculiare.
Ne ho parlato in questo articolo:
In questi miei due scatti si può apprezzare la differenza di ingrandimento e le dirette conseguenze sullo sfondo e sulla scena.
A sinistra il fiore è in rapporto reale, a dir la verità anche più di 1:1. Ne consegue poca aria attorno al soggetto per costruire una scena: sfondo è verde e omogeneo.
A destra, un close-up di un fiore montano sicuramente mi fa perdere l’occasione di apprezzarne i particolari in maniera più ravvicinata, ma mi permette di avere uno sfondo su cui giocare e costruire.
IL LIMITE DELLA LUCE e LA STABILITA’
La luce è un po’ il limite della fotografia in generale: si fotografa con la luce. E’ la luce che determina tutto lo spettacolo e più ci si coinvolge nello studio e la sperimentazione e più si coglie il come collaborarci.
La luce non è solo l’intensità, l’illuminazione. La luce è tutto ciò che vedi. Più o meno direttamente.
Nella macro la luce è molto più limitante perché in una zona ristretta da fotografare, può esserci la giornata più luminosa dell’anno, ma quando ingrandisci il paesaggio e arrivi sotto un’unica foglia, quella foglia al di sotto genera ombra.
Spero che questo esempio sia sufficiente per delucidare che nelle condizioni di ingrandimento macro la luce è scarsa quasi sempre, bisogna ingegnarsi e avere la strumentazione giusta.
Le ottiche macro sono molto luminose sia come costruzione ottica che per avere l’eventualità di un’apertura dell’otturatore che arriva a valori molto piccoli. Siccome delle ottiche parlerò tra poco in questo luogo parlerò invece della stabilizzazione.
Un’altro parametro su cui si può giocare per ottenere l’impressione di più luce sul sensore sono i tempi di esposizione e siccome nella macro, contrariamente a cosa si pensa, si sta immobili, fotografo e insetti (alla fine dell’articolo sarà chiarito anche questo punto) ci si può permettere anche un tempo di scatto non fulmineo, MA c’è un ma.
Se il tempo di esposizione viene leggermente rilassato è necessario che tutta la strumentazione sia ferma e per questo io uso 3 principali precauzioni:
- Utilizzo del live view per evitare la vibrazione generata dal movimento dello specchio durante lo scatto.
- scatto programmato per non muovere tutta l’attrezzatura mentre schiaccio il pulsante di scatto (non sempre, dipende da quanto ho allungato i tempi).
- il TREPPIEDE. Questo strumento è quasi d’obbligo per la microfotografia ben fatta, sebbene deve reggere davvero tanto peso tra il corpo macchina, ottica e quant’altro, quindi deve essere scelto ad hoc e spesso si deve per forza ricadere in prodotti di altissima gamma.
LA MACROFOTOGRAFIA E’ UNA FOTOGRAFIA ALTAMENTE STUDIATA COME LO STILL LIFE, QUASI MAI SPONTANEA.
PREVEDE MOLTA PIANIFICAZIONE E TANTA FATICA SIA PER IL PESO E LO SPOSTAMENTO DELL’ATTREZZATURA CHE PER LA CONOSCENZA DEI SOGGETTI CHE SI FOTOGRAFANO, COME ANCHE PER GLI ORARI IN CUI E’ RICHIESTO L’INIZIO DELLA SESSIONE FOTOGRAFICA. Tutto questo ovviamente dipende dal risultato che ci si aspetta e da quanto ci si accontenta.
L’ OTTICA GIUSTA
La Focale
Nel mio caso quindi, l’ottica prettamente Macro serve? Ni perché non sfrutto sempre la sua capacità di ingrandimento. Ma, è una regina per la resa che restituisce quindi conviene sempre averla se si fa qualcosa anche di non completamente classico.
Che cos’ha di speciale l’ottica macro?
Prima di tutto la focale lunga. Se bisogna catturare soggetti di piccola, piccolissima taglia, serve in principio un ingrandimento e per questo ci viene in aiuto proprio la focale lunga. Tali ottiche vanno generalmente da un 90mm, passando per i 100/105mm fino alla penultima tappa dei 150 per poi concludersi intorno ai 180mm. Focali con valori di lunghezza più alti, di norma, appartengono al range dei Teleobiettivi per la fotografia naturalistica, i quali, però, hanno una costruzione ottica per tutt’altro uso, non confacente alla ripresa dei micromondi.
Costruzione ottica macro
Ovviamente la focale non basta. Il Risultato è completamente diverso tra un teleobiettivo e un macrobiettivo anche se entrambi hanno una focale lunga, anzi i tele - triplicano e oltre - i macro in focale. Entrambi sono obiettivi che producono un ingrandimento, generato appunto dalle loro focali lunghe, ma la differenza sta nella distanza di messa a fuoco: la distanza di messa a fuoco di un teleobiettivo non va oltre i 900 mm il che risulta davvero troppo per un ingrandimento accettabile nella “Macro Pura“. In questo senso sì, l’obiettivo macro premia e agevola.
I piani di messa a fuoco
La costruzione di lenti interna ad un’ottica macro permette di avere tantissimi piani di messa a fuoco, che è fondamentale anche per la mia accezione macrofotografica: cosa intendo?
Primo Esempio) Quando bisogna fare uno scatto a un soggetto mediamente grande e quindi non molto ravvicinato, poniamo come soggetto ad esempio un vaso con rosa in giardino, poco importa se alla messa a fuoco avviene sul mezzo centimetro prima o il mezzo centimetro dopo il particolare del soggetto, in questo caso il petalo della rosa. Complessivamente ci si trova a una distanza tale da avere una profondità di campo che metterà a fuoco l’intera rosa nel vaso. Quando invece bisogna mettere a fuoco l’ala della farfalla, se la messa a fuoco slitta di mezzo centimetro si è completamente perso il fuoco sul soggetto. Il salto del fuoco non dipende soltanto dalla bravura dell’esecutore e dalla profondità di campo ma, in questo caso, anche dall’ottica.
Secondo Esempio) Ci riprovo: Immagina una mela con la messa a fuoco sul taglio longitudinale della mela. Il fuoco dell’obiettivo macro agisce come un coltello e “fa delle fette” più ravvicinate: è in grado di mettere a fuoco due fette distanti 0.5mm mentre a parità di profondità di campo, un obiettivo normale è in grado di dare la prossima messa a fuoco solo alla fetta distante 2mm dalla prima: l’obiettivo macro ha più piani di messa a fuoco e questo è vitale. (E’ leggermente contorto a leggerlo più che a farsi se non sei un fotografo professionista! Per ogni dubbio contattami).
Messa a fuoco manuale
Tanti piani di messa a fuoco? La messa a fuoco diventa lenta.
Il fatto che l’ottica macro abbia tanti piani di messa a fuoco comporta un grosso limite: la messa a fuoco diventa lenta perchè ha da scegliere tra tantissimi piani verticali. Sembrerebbe di primo acchito un grande limite ma, contrariamente a ciò che si pensa, la fotografia macro non viene fatta quando gli insetti sono in movimento allorchè non interviene la necessità dell’inseguimento del soggetto e la messa a fuoco lampo. A dire il vero la messa a fuoco automatica è pressappoco abolita in questo contesto, infatti si focheggia manualmente utilizzando il live view come un fratello per avere il massimo controllo sul dove cadrà il fuoco. Ad ogni modo sempre meglio imparare le regole per poi decidere quali non fanno per noi.
Profondità di campo ristretta
L’avevo dato per scontato, ma perchè nella macro ci si fà tutto questo patema d’animo per il fuoco?
Perchè la profondità di campo è ristretta. E’ vero che l’esecutore può scegliere i valori di apertura dell’otturatore ma, a valori anche molto chiusi di diaframma, siccome siamo vicini al soggetto per obbligo dell’obiettivo e obbiettivo, la profondità di campo sarà sempre più o meno ristretta.
Non ho ben scelto il pubblico che legge in base alle nozioni, sperando che quando ci sia un dubbio, l’interessato mi chieda o approfondisca separatamente. Farò un piccolo accenno a questa variabile, una delle 3 fondamentali della fotografia: la profondità di campo è appunto la profondità della superficie che è interessata al fuoco. Faccio uno dei miei esempi:
Esempio) Ho la macchina fotografica in mano e un campo da fotografare davanti a me con una quercia da soggetto a 10 metri dal mio obiettivo, quindi a 10 metri da me dovrò necessariamente avere il massimo del mio fuoco.
Cosa ne faccio della zona prima e dopo il soggetto?
La voglio più o meno nitida? Posso voler nitida un’area di +/- 2 metri dal soggetto, quindi 4 metri di zona nitida, 2 metri prima e due metri dopo il soggetto, oppure, ridurre la famigerata profondità di campo aprendo l’otturatore a valori più piccoli generando un area di +/- 0.5 metri da soggetto; in questo caso l’area di messa a fuoco sarà di un metro.
Cosa è successo all’area prima e dopo la profondità di campo che ho ristretto? Sfocata! E cosa è successo al soggetto? sembra più definito e distaccato dallo sfondo, Isolato. Una diretta conseguenza di profondità di campo ristrette nella macro genera un effetto alquanto suggestivo! Rullo di tamburi…
Il famoso bokeh
Melitaea didyma (Esper, 1778) - Tecnica Fotografica - Michela Chiarizio
La macrofotografia si presta facilmente a risultati più artistici proprio per la profondità di campo stretta che la contraddistingue. Quest’ultima determina effetti dello sfocato molto particolari soprattutto sulle zone illuminate: il bokeh. Il Bokeh avrà un perimetro più geometrico quanto le lamelle del diaframma non saranno del tutto aperte fino ad arrivare a un bokeh totalmente tondo a massima apertura o quasi massima.
Tuttavia ci sono mille modi di giocare con lo sfocato e il bokeh, onestamente, è il più banale. Io gioco mischiando gli effetti dello sfocato, utilizzando tecniche che non credo siamo mai state descritte o abbiano un vero nome; quest’ultime le ho conosciute semplicemente sperimentando e tendendo verso un risultato che mi viene spontaneamente in mente. Bisogna sfocare giocando! questo è il trucco…la giocosità.
Le ottiche vintage
Senz’altro curiosissime e un grande aiuto per risultati insoliti sono le ottiche vintage.
Se L’ottica macro possiamo definirla la lama di excalibur in fatto di nitidezza, L’ottica vintage ha invece la morbidezza delle gonne di ginevra.
Ebbene sì! Le ottiche vintage hanno delle costruzioni ottiche che oggi definiremmo “difettate“ che sono in grado di creare distorsioni, flair particolari e bokeh cerchiati. Gli sfondi, che sono quelli interessati alla sfocatura sono molto più impastati, pittorici, desaturati nei colori. I soggetti perdono molta nitidezza, invece, ma è un compromesso che bisogna essere pronti ad accettare, il che non è davvero un grande sacrificio se l’obbiettivo è artistico.
Da questi miei due scatti è possibile appurare la differenza tra un’ottica moderna e un’ottica vintage. A sinistra, l’ottica moderna mette in pieno risalto i particolari mentre, A Destra, l’ottica vintage perde l’estrema nitidezza sul soggetto ma enfatizza uno sfondo più etereo.
La connessione con la natura
Quando ho bisogno di riequilibrio emotivo o di un consiglio, prima cerco le felce e la betulla, dopo cerco l’amica e il compagno.
La macrofotografia lega molto al respiro del pianeta e ai suoi cicli e io ne sono sempre stata molto richiamata.
Scoprire un’altro, un nuovo strumento per fare esperienza della natura per me è stato motivo di accoglimento e gratitudine.
Gli insetti non si fotografano a tutte le ore del giorno, prima di tutto perchè le ore centrali del giorno sono quelle evitate come la peste da qualsiasi fotografo (a scanso di eccezioni) e in secondo luogo e più specifico del genere, perchè gli insetti, come menzionavo nel paragrafo sulla - messa a fuoco manuale - , si fotografano quando sono fermi e gli insetti sono fermi in due occasioni durante la giornata: la fine del giorno e l’inizio del giorno.
La fine del giorno, al tramonto, vede gli insetti andando a cercare il loro posatoio per la notte così si possono fotografare una volta che si sono sistemati e hanno ridotto la loro attività vitale per la notte oppure, facendo degli inseguimenti sempre in questo orario, si memorizzano le posizioni per tornare il mattino dopo, quando il sole non è ancora sorto: non è matematico ma molto probabile ritrovarli nella stessa posizione da loro scelta prima del calo del sipario solare. Prima dell’alba l’emolinfa di questi fratelli e sorelle non si è ancora scaldata per bene per essere circolante e permettergli di muoversi. Se è stata una nottata particolarmente umida, questi amici sono anche appesantiti dalla brina che regala suggestioni caleidoscopiche.
Passo molti tramonti e molte albe in silenzio con loro ad ascoltare tutte le differenze che abbiamo e il modo di abbatterle almeno un po’ per stare più vicini, comprenderli.
Questo paragrafo finisce già qui: ho molto da dire sulla relazione con i soggetti è lo farò a partire da una serie di racconti che troverete sul mio blog. Vi invito così a rimanere aggiornati per conoscere la data della pubblicazione della storia “Il sussurro degli Olometaboli“ divisa in 3 episodi che tratterà nello specifico di cosa ho imparato stando in silenzio cercando di fare amicizia con queste forme della creazione così diverse da me.
CHE TU POSSA SPERIMENTARE E NON FERMARE MAI LA CURIOSIT'A’ DI FRONTE A QUALCOSA CHE HAI DECISO GIA’ COME E’ PRIMA DI AVERLA OSSERVATA E VISSUTA. NON DARE PER ASSODATO E ARCHIVIATO CIO’ CHE HA DETTO QUALCUN’ALTRO, VERIFICALO TU STESSO.
MICHELA CHIARIZIO